13 Ottobre 2021

L’impennata dei prezzi dell’energia si ripercuote sulle prospettive di ripresa dell’industria e gli interventi tampone sugli oneri di sistema non bastano

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L’impennata dei prezzi dell’energia si ripercuote sulle prospettive di ripresa dell’industria e gli interventi tampone sugli oneri di sistema non bastano

La crisi energetica che si sta profilando è da intendere come una crisi dei prezzi, non delle risorse. Una pioggia di rincari che si abbatte sulle prospettive di ripresa dell’industria italiana, e sullo scenario prossimo molto dipenderà dagli andamenti imprevedibili delle quotazioni internazionali del metano e della corrente elettrica nei prossimi tre mesi. I rincari incontrollati del metano, ormai una delle fonti energetiche più usate per produrre elettricità, uniti al raddoppio delle quotazioni europee ETS (Emission Trading System) della CO2 sono tra i motivi delle quotazioni in vertiginosa crescita. Si è ingolfato il sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’Unione europea basato sul principio del “cap and trade”, quel tetto comunitario alle emissioni totali di gas serra in diversi settori, per cui alle aziende viene assegnato un numero fisso di quote, ognuna delle quali permette l’emissione di una tonnellata di CO2 in un anno solare. Le quote, come è noto, sono cedibili: le aziende che hanno emesso di meno possono vendere le proprie ad altre meno virtuose, o se hanno inquinato di più, acquistarne da altre che ne hanno in eccesso, a patto di non sforare il tetto, per non incorrere in pesanti sanzioni.

La bilancia è andata fuori equilibrio e il segmento industriale ne sta già risentendo, l’industria manifatturiera con una domanda elettrica di circa 90 miliardi di chilowattora dovrebbe pagare per fine anno una bolletta complessiva nell’ordine di 16,5/17 miliardi, tra esenzioni, sovraccosti e sconti quantità.

Nel mondo delle imprese cresce l’allarme, entro il 10 dicembre dovranno essere consegnati a Terna i piani di consumo per la pianificazione del 2022. Questo periodo che scandisce l’inizio dell’autunno è quello nel quale le aziende, soprattutto quelle che vengono definite ‘energivore’, dunque ad alta intensità energetica vanno a negoziare i contratti di fornitura di elettricità e gas e stavolta lo fanno in un clima di grande incertezza. Tanto che molte aziende hanno organizzato piani di ricopertura acquistando derivati per mettersi al riparo dal rischio prezzo, oppure stabilendo contratti Ppa a prezzo concordato. Altrimenti l’alternativa è costituita dalla possibilità di acquistare di volta in volta le forniture secondo l’andamento dei prezzi e cercare di mitigare i sovraccosti. E’ una pratica definita ‘a sbalzo’, oltre mai rischiosa in questo periodo: chi prenotava in maggio per il 2022 una fornitura di mille kilowattora aveva prezzi tra i 60 e i 70 euro che ora sono schizzati oltre i 110 euro. E secondo gli analisti di settore le aziende energetiche più piccole sono esposte a scarsi investimenti di garanzia, oltre ad essere impegnate a fornire ai clienti prezzi concorrenziali che finiscono spesso nel sottocosto.

Il governo si è impegnato a promuovere interventi di sostegno per combattere l’aumento indiscriminato dei prezzi, e si è mosso prevalentemente a tutela dei clienti privati e le piccole imprese attraverso il meccanismo dell’eliminazione degli oneri di sistema che pesano per circa un terzo della fattura elettrica e sono diventati anch’essi elementi di competizione contrattuale, vengono proposti sotto forma di abbonamento mensile fisso al quale vanno però aggiunti i costi variabili e indicizzati dell’energia. Nel corso della relazione annuale al governo e al Parlamento sullo stato dei servizi L’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente (Arera) ha posto la necessità di andare oltre la misura tampone per calmierare i prezzi e impegnarsi per lavorare ad una riforma strutturale di concerto con l’Unione europea, a cominciare dal trasferimento in modo stabile di una quota di gettito in crescita dalle aste CO2, alla riduzione degli oneri generali di sistema non solo in chiave emergenziale, ma stabile. Una proposta che in questo momento interessa anche alla Spagna che vive la stessa congiuntura italiana.